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Con l’avvicinarsi del tempo di compilazione della dichiarazione dei redditi, ed in particolare del modello 730, è bene ricordare quali sono tutte le scadenze e gli adempimenti.

  • 29 febbraio: entro tale date le banche, le assicurazioni e gli intermediari di tipo finanziario devono comunicare al Fisco tutti i dati che riguardano le detrazioni su mutui, previdenza complementare, spese universitarie, spese funebri e rate bonus ristrutturazioni
  • 7 marzo: questa è la data entro la quale i sostituti di imposta devono inviare al Fisco le CU sui redditi dei propri dipendenti e collaboratori riferite all’anno fiscale appena trascorso
  • 15 aprile: entro tale data sarà messo a disposizione dei contribuenti il modello 730 precompilato relativo al 2016 che i cittadini dovranno controllare, modificare e integrare, se ce ne fosse bisogno, e rispedire all’Agenzia delle Entrate. Il consiglio è quello di controllare molto bene la propria dichiarazione precompilata poichè lo scorso anno, anno del debutto, gli errori commessi dal Fisco sono stati molteplici.
  • 7 luglio: entro questa data il 730 2016 va trasmesso all’Agenzia delle Entrate, sia che si tratti del modello cartaceo che di quello precompilato
  • 30 settembre: entro questa data è possibile presentare in modello Unico PF/2016 correttivo o integrativo se la dichiarazione dei redditi presentata in precedenza recava qualche omissione o errore.

Le tasse in Italia sono diminuite? In questi giorni è botta e risposta tra Renzi e Grillo sulla pressione fiscale. Il premier sbandiera un taglio delle imposte (seppure limitato allo 0,1 per cento), prontamente smentito dal leader del Movimento 5 Stelle. E se il governo accende i riflettori sull’abolizione della Tasi sulla prima casa e sui bonus di diversa natura introdotti (80 euro in busta paga, bonus bebè e famiglie numerose, bonus 18enni etc), ci sono alcune tasse che restano in ombra e che tutti, il più delle volte inconsapevolmente, paghiamo. E per alcune di esse sono già previsti aumenti nel 2016.

Tasse sigarette e benzina: aumenti in vista?

Quando il governo deve far cassa vengono spesso rispolverati possibili aumenti sul carburante o la famigerata tassa sulle sigarette che divide l’opinione pubblica. Per quanto riguarda la benzina sono previsti due aumenti tra 2017 e 2021, per un totale di 835 milioni.

Per le sigarette invece, piuttosto che optare per l’aumento del prezzo del singolo pacchetto, cosa che avrebbe richiesto il via libera del parlamento, il 3 febbraio scorso si è deciso di innalzare le tasse sul prezzo medio del tabacco in fase di raccolta. Una mossa che comunque si ripercuoterà inevitabilmente sul prezzo al dettaglio.

Aumento IVA: pericolo scampato?

Un altro aumento apparentemente scongiurato è l’aumento IVA. A ben vedere però il mantenimento delle aliquote attuali è subordinato a parametri finanziari non ancora raggiunti. Questo scenario mette in guardia su possibili aumenti a partire da luglio, per adeguamento delle aliquote agli scaglioni più alti (dal 10 al 13 e dal 22 al 24 per cento).

Tango Bond: i rimborsi saranno tassati?

Il governo ha messo gli occhi anche sulle cifre incassate da chi, dopo 15 anni di battaglie in tribunale, è riuscito a farsi rimborsare i soldi investiti nei Tango Bond, i titoli di Stato argentini. La partita vale 1,35 miliardi: l’idea è quella di considerare, almeno parte della somma, non comeun risarcimento(peraltro, come hanno sottolineato irisparmiatori, su investimenti già tassati ai tempi), ma come una cedola. In questo modo si autorizzerebbe una trattenuta del 26%.

Viaggiare nel 2016 costa di più

La tassa sulle targhe e quella sui biglietti aerei rendono più caro anche immatricolare le macchine o prendere dei voli. Cancellato inoltre lo sconto per le accise anche per gli Euro1 ed Euro2. Da quest’anno sono stati tagliati anchei massimali al credito d’imposta sul gasolio per taxi, servizi di noleggio con conducente e traghetti. E a proposito di caldaie, è stato ridotto drasticamente anche il bonus previsto per le aree disagiate e in quelle più fredde del Paese (57%).

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Come sarà questo 2016 sul fronte tasse per le imprese? Stando allo stato d’animo degli imprenditori, nonostante il riconoscimento di qualche segnale di ripresa nello scorso anno, la pressione fiscale continuerà ad essere la vera zavorra dell’imprenditoria. Il Centro Studi di Confindustria ha stimato una pressione fiscale sulle imprese pari al 49,4% del PIL. Ad anticipare quelle che saranno le novità 2016 sul fronte tasse per le imprese è stata il direttore dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi in occasione di un convegno Assonime.

Il dibattito si è focalizzato soprattutto su voluntary disclosure, ruling e abuso di diritto.

Tanta carne al fuoco che inevitabilmente comporterà anche qualche difficoltà tecnica: solo la voluntary disclosure richiederà circa 500mila atti diaccertamento.

E’ stato confermato che l’abuso del diritto sarà al centro della riforma fiscale.

 

Evasione fiscale imprese: quasi la metà delle aziende non paga le tasse

E di fronte alla pressione fiscale a carico delle imprese c’è il rivolto della medaglia: il 43% delle aziende non paga le tasse. Questi i dati forniti dal ministero dell’Economia, in seguito all’analisi delle dichiarazioni Ires-Irap.

Il 96,9% delle aziende con più di 100 dipendenti ispezionate per controlli fiscali, secondo i dati di Confindustria forniti da Gianfelice Rocca, è stata sanzionata. Ma “se tutti passano col rosso”, ha commentato il presidente di Assolombarda, “forse è il semaforo che non funziona”. L’invito al Fisco quindi è a “concentrarsi sull’evasione più che sull’elusione” posto che quest’ultima, in molti casi, è dovuta a difficoltà tecniche, burocratiche o economiche.

Nonostante le riforme e i bonus, la pressione fiscale in Italia resta tra le più alte in Europa. Aldilà della propaganda politica infatti sono i numeri che contano. Quanto varrebbe lo stipendio degli italiani se pagassimo le tasse secondo il modello tedesco, francese o spagnolo? Lo studio di ImpresaLavoro realizzato utilizzando i dati di Ocse, Def e Legge di Stabilità lo ha calcolato: la conclusione sembrerebbe confermare che la nostra pressione fiscale è tra le più alte d’Europa.

Per il 2016, nonostante le clausole di salvaguardia, il bonus Renzi e le altre riforme per ridurre le tasse, la pressione fiscale nel nostro Paese resta al 42,6% del Pil. La percentuale, sebbene in leggero calo rispetto all’anno scorso, è ancora tra le più alte d’Europa. Fa eccezione, secondo i dati attuali, solo la Francia. Paghiamo annualmente circa il 3,2% di tasse in più rispetto ai contribuenti tedeschi e addirittura il 14,8% rispetto ai cittadini degli Stati Uniti d’America.

Ma trasformiamo queste percentuali in euro per comprendere meglio quale potrebbe essere il valore del nostro stipendio pagando meno tasse. Se il modello fiscale italiano fosse identico a quello tedesco, pagheremmo 54,61 miliardi di tasse in meno. Se importassimo il modello fiscale inglese dovremmo pagare in tasse 138,81 miliardi di euro in meno. Stando alla percentuale della pressione fiscale spagnola invece risparmieremmo 145,23 miliardi. Se estendiamo il paragone della pressione fiscale anche oltre i confini europei, il gap si allarga ulteriormente: paghiamo 187,62 miliardi in più rispetto al Giappone; 195,81 miliardi del Canada e 248,62 miliardi di euro dei contribuenti negli Stati Uniti.

E se consideriamo il risparmio che si otterrebbe pagando meno tasse, il paragone è ancora più significativo: con il sistema fiscale tedesco in Italia avremmo 898 euro all’anno in più a persona (bambini inclusi), con quello inglese 2.283 euro, con il modello spagnolo 2.389 euro, 3.086 euro con il livello giapponese, con le leggi fiscali canadesi 3.221 e, infine, con quelle statunitensi 4.089 euro all’anno in più da spendere.

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Ci sono le vere, le false, le ricche e le meno ricche. Le partite Iva sono una forte gamba del mercato del lavoro italiano, che ha più del 23% di lavoratori autonomi sul totale della forza lavoro. Una delle percentuali più alte d’Europa. Le undici cifre della partita Iva sono spesso la porta d’ingresso nel lavoro per molti giovani italiani. Ma è importante sapersi districare in un mondo fatto di cifre, percentuali, soglie reddituali, conti e sottrazioni.

Partiamo dalle basi. Che cos’è una partita Iva? 
Tecnicamente, non è un contratto di lavoro, ma una particolare forma di gestione retributiva e fiscale riservata ai lavoratori autonomi. Il riferimento normativo, di conseguenza, non si trova in qualche legge sul lavoro, ma negli articoli 2222 e 2230 del codice civile.

Quanti sono in Italia i lavoratori con partita Iva?
Il dato Eurostat attesta il numero di lavoratori italiani indipendenti a 4,808 milioni nel terzo trimestre 2014.

Al confronto con gli altri Paesi, la serie storica mostra un progressivo calo degli autonomi dal 2008. Nell’ultimo trimestre 2014 si è assistito a un vero e proprio boom della aperture di partita iva, ma dovuto al timore di incappare in condizioni peggiori con le variazioni che il governo aveva introdotto al regime dei minimi, variazioni poi cancellate. In termini assoluti, il popolo degli indipendenti italiani è comunque il più vasto d’Europa. Anche in termini relativi si tratta di una categoria importante: la proporzione di lavoratori indipendenti sul totale dei lavoratori era del 23,3% nel 2013: una delle più alte dell’Unione.

Quanto guadagnano le partite Iva nel nostro Paese?
I lavoratori autonomi svolgono la loro professione nei settori più disparati ed è per questo difficili ottenere un dato sulla retribuzione media significativo. Nei calcoli si va dai parasubordinati, agli artigiani, ai commercianti fino ai liberi professionisti. Nonostante nella rappresentazione collettiva il lavoratore autonomo sia tradizionalmente associato all’evasione e a un certo benessere, recentemente è stata sottolineata da più parte la condizione spesso disagiata di una parte di questa categoria. Si tratta di parasubordinati e professionisti iscritti alla gestione separata dell’Inps. Gli iscritti a questa cassa nel 2013 avevano un compenso lordo medio di 18.640 euro, che in termini netti significa un reddito da 8.670 euro annui, 723 euro mensili.

Gli iscritti alla gestione separata nel 2013 avevano un compenso lordo medio di 18.640 euro, che in termini netti significa un reddito da 8.670 euro annui, 723 euro mensili

Cosa devo fare per aprire una partita Iva? A chi mi devo rivolgere? 
Si può aprire una partita Iva solo e semplicemente interfacciandosi con l’Agenzia delle entrate, alla quale bisogna comunicare l’inizio della propria attività con apposita dichiarazione, nonché la scelta del tipo di regime contabile (regime dei minimi o contabilità ordinaria). In seguito, l’Agenzia assegna il numero di Partita Iva. Una volta ottenuto, bisogna recarsi all’Inps per aprire la propria posizione previdenziale.

Quanti tipi di partite Iva esistono? 
La distinzione più facile è quella tra partite Iva utilizzate da professionisti iscritti a ordini professionali e quelle usate da autonomi non facenti parte di alcun ordine. Vi è una distinzione anche tra partite Iva in regime dei minimi e partite Iva in contabilità ordinaria, comunque la più diffusa. Il regime dei minimi definisce una condizione agevolata per chi guadagna meno di 30mila euro lordi l’anno, comunque entro i 35 anni di età e per una durata massima di 5 anni. In questo caso l’imposta sostituiva è del 5 per cento. La logica sottesa è quella dell’alleggerimento fiscale destinato alle attività avviate da poco. Con la legge di stabilità 2015, è entrato in vigore anche una diversa versione del regime dei minimi, ma con limiti meno vantaggiosi: imposta sostitutiva 15% per redditi fino a 15mila euro.

È vero che avere una partita Iva costa tanto? Quante tasse devo pagare? 
Le tasse dipendono dalla fascia di reddito, dall’età e dall’anzianità dell’attività. I costi sono anche quelli di gestione fiscale, che non può essere improvvisata soprattutto se il giro di attività è tanto e sono quindi molte le fatture da emettere, registrare, contabilizzare ecc… È quindi molto probabile che ci si debba rivolgere a un commercialista. Per quanto riguarda invece l’aliquota contributiva, questa dipende dalla cassa dell’Inps alla quale si è iscritti. Qui le percentuali variano molto in base all’attività economica svolta. Si va dal 22% circa di commercianti e artigiani (categorie che versano ognuna nella propria cassa) al 27,7% degli iscritti alla gestione separata.

Se per lavorare in proprio affronto dei costi, posso scaricare qualche spesa?
Sì, ma è importante che i costi scaricabili siano quelli connessi alle attività svolte con la Partita Iva, non qualsiasi spesa personale o famigliare. Le spese scaricabili devono rispondere a requisiti di congruità e inerenza, ossia non possono essere quantitativamente sproporzionati rispetto alle attività del proprio business – ad esempio 5 computer per un lavoratore – e devono essere inerenti al tipo di attività – ad esempio è difficile pensare di scaricare il costo di un microscopio per un grafico freelance.

Una partita Iva può lavorare nell’ufficio del committente, sapendo però che l’utilizzo di una postazione fissa è uno di quegli indici di subordinazione che potrebbe determinare la trasformazione del rapporto

Se sono una partita Iva posso lavorare anche in ufficio? Posso lavorare con un solo committente?
Certamente una partita Iva può lavorare nell’ufficio del committente, sapendo però (entrambi) che il possesso/utilizzo costante di una postazione fissa è uno di quegli indici di subordinazione che potrebbe determinare la trasformazine del rapporto. Un altro di questi indici è la monocommittenza: anch’essa è possibile, ma può essere rischiosa. Vediamoli insieme: se per due anni di fila si guadagna più dell’80% da un solo committente, e se la postazione di lavoro è fissa, questi due fattori basterebbero a rendere presumibile la subordinazione in caso di contenzioso. Questo è quanto era stato definito dalla riforma Fornero e vale quindi per le collaborazioni avviate ancora per tutto il 2015. Dal 2016 invece dovrebbe entrare in vigore quanto previsto dal uno dei decreti attuativi del Jobs Act: gli indici di presunzione di subordinazione dovrebbero essere superati. Per trasformare i rapporti autonomi o parasubordinati in subordinati si terrà conto più della dipendenza organizzativa che della dipendenza economica. Conviene quindi tenersi aggiornati sugli sviluppi.

E se mi dicono di aprire una partita Iva e mi fanno lavorare come gli altri dipendenti? Ci si può rivolgere al giudice e chiedere il riconoscimento della subordinazione?
Certamente ci si può rivolgere al giudice. Nel caso davvero si lavori come gli altri dipendenti, è possibile che la partita Iva, semplicemente, non sia genuina. C’è un’eccezione: non si può pretendere questo, né lo si potrà con il Jobs Act, nel caso si sia iscritti a un ordine professionale. Quindi la famosa espressione “falsa partita Iva” si riferisce a casi nei quali viene richiesta solo per un risparmio sul costo del lavoro, mentre tutte le caratteristiche del rapporto rimangono quelle tipiche del lavoro subordinato.

Se ho la partita Iva, ho diritto a malattia e maternità?
La malattia non è sostanzialmente tutelata, se non con un piccolo rimborso. Gli iscritti alla gestione separata versano per queste coperture uno 0,72% di contributi, che però sinora è stato utilizzato per erogare prestazioni solo per pochi giorni e in quote molto contenute, almeno stando a quando denunciano le associazioni di categoria. La gravidanza invece è coperta invece solo per la parte della astensione obbligatoria. Un decreto attuativo del Jobs Act, dedicato alla conciliazione vita-lavoro prevede anche per gli autonomi la possibilità di aver un congedo di paternità obbligatorio e retribuito dall’Inps, nel caso la madre non possa beneficiarne. Inoltre per le lavoratrici iscritte alla Gestione separata l’indennità di maternità sarà prevista anche in caso di adozione internazionale. Per l’entrata in vigore di queste novità i tempi potrebbero però essere lunghi.

Novembre è stato definito il mese delle tasse ma, a ben vedere, i fardelli fiscali più importanti corrispondono alle scadenze di dicembre 2015. La voce più importante è rappresentata dalle tasse sulla casa: saldo Tasi e IMU. Sempre a dicembre inoltre è previsto il versamento dell’acconto IVA. Vediamo nel dettaglio le date da segnare in rosso sul calendario fiscale per il mese di dicembre 2015.

La Legge di Stabilità 2016 ha confermato l’abolizione Tasi sulla prima casa dal prossimo anno. Il 16 dicembre 2015 però si paga il saldo, l’ultimo quindi per chi ha solamente la prima casa.

Il versamento deve essere eseguito con modello F24 (lo stesso già usato per la prima rata dello scorso giugno). Al momento della compilazione del modello F24 bisogna conoscere il codice del Comune e il codice tributo oltre, ovviamente, all’importo da versare. Va barrata la casella “saldo”.

Saldo IMU 2015: importo e modalità di pagamento

Nella stessa data, il 16 dicembre appunto, scade anche il saldo IMU. Il calcolo non è esente da difficoltà: la base imponibile viene determinataapplicando alla rendita catastale rivalutata del 5% i moltiplicatori variabili in base alla categoria catastale dell’immobile considerato. L’aliquota IMU ha dei limiti massimi fissati al 4 per mille per le abitazioni principali e 7,6 per mille per tutte le altre tipologie di immobili tassabili.

Tari 2015: dove si paga a dicembre

Nella maggior parte dei Comuni la Tari scadrà entro il 30 novembre. Non mancano però casi in cui è stata prevista una proroga a dicembre, come ad esempio per i cittadini di Firenze e Torino che entro il 10 dicembre dovranno versare anche la tassa sui rifiuti.

Acconto IVA 2015: importo e scadenza

Entro il 27 dicembre va effettuato anche il versamento dell’acconto IVA. Quest’ultimo è dovuto solamente se dall’ultima liquidazione periodica dell’anno precedente (4 per i trimestrali, 12 per i mensili) emerge un importo di iva dovuta.

Il contribuente è esente dal pagamento dell’IVA a dicembre se:

  • l’importo dovuto risulta inferiore a € 102,99;
  • se nell’ultima liquidazione periodica relativa all’anno precedente si evince un credito;
  • se l’ azienda è costituita nell’anno.

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Il rapporto «Paying taxes 2016» contiene la classifica europea dei Paesi in cui le tasse per le imprese sono più alte. Ogni anno Banca Mondiale e Pwc diffondono i dati aggiornati sulla pressione fiscale delle aziende per avere una mappa della competitività fiscale. Rispetto al precedente rapporto l’Italia ha guadagnato un posto nella classifica ma resta tra iPaesi in cui le tasse per le imprese sono più alte.

Basti pensare che il 64,8% dei profitti commerciali in Italia finisce in tasse: tra imposte sui redditi, imposte sul lavoro e contributi obbligatori, imposte sui consumi etc. Il miglioramento quindi, rispetto al 65,4% dell’anno precedente, è solo lieve.

Se consideriamo che la media mondiale è del 40%, è evidente che il peso delle tasse sulle imprese italiane non sia indifferente. Le stime si ottengono monitorando il numero di ore di lavoro necessario ad un’impresa tipo per assolvere a tutte le scadenze fiscali dell’anno di imposta. Ebbene in Italia ne occorrono 269 a fronte di una media mondiale di 261 e una media europea di 173.

Più cospicuo è anche il numero degli adempimenti fiscali a cui sono chiamati gli imprenditori italiani, a riprova che è anche l’eccessiva burocrazia e la frammentazione in materia tributaria, sono dannose per le imprese. Con questi numeri il nostro Paese si posiziona alla posizione 137 della graduatoria che ha osservato in tutto 189 Paesi.

Alcune precisazioni per una corretta interpretazione dei dati sono d’obbligo, come ha fatto notare anche Fabrizia Lapecorella, direttore del dipartimento Finanze del Mef: l’Italia nel decennio dal 2004 al 2014 ha fatto registrare un “costante miglioramento degli indicatori con il carico fiscale complessivo per le imprese che è passato dal 76% al 64,8%, quindi si è ridotto di circa 12 punti percentuali”. Senza dubbio però bisogna guardare anche al futuro, in particolare alle misure contenute nella Legge di Stabilità 2016 che promettono di abbassare la pressione fiscale per le imprese, in particolare mediante l’eliminazione della componente Irap dal costo del lavoro, il credito d’imposta e il patent box.

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Dicembre è il mese della tredicesima. Il 2015 prevede qualche piccolo aumento per molti lavoratori ma questa non è l’unica novità. Ecco una pratica guida alla tredicesima 2015: tutto quello che c’è da sapere sulle tasse, sul bonus Renzi e le previsioni di spesa.

Tredicesima 2015: quanto spetta e a chi

Secondo i calcoli della Cgia di Mestre alle tredicesime 2015 saranno destinati circa 30 miliardi di euro (distribuiti per 33 milioni di pensionati). Di questi 10 andranno allo Stato. Le tasse quindi “mangiano” gran parte della tredicesima e consolano poco gli aumenti registrati.

Si è vero che, come conferma anche il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo “l’importo reale della tredicesima 2015 sarà leggermente superiore a quello percepito l’anno scorso” ma non si tratta di aumenti molto importanti. “Nello specifico, si tratta di 14 euro in più per un operaio specializzato, di 16 euro in più per un impiegato mentre per un capo ufficio l’incremento sarà di 25 euro.

Per un pensionato con un assegno mensile netto di poco meno di 1.000 euro al mese, invece, l’aumento rispetto al 2014 sarà di soli 3 euro”. Sono ovviamente calcoli ipotetici che però rendono l’idea di quanto entrerà in tasca a lavoratori e pensionati del comparto privato.

Aumento tredicesima 2015: basterà a spingere i consumi?

Come useranno gli italiani questo aumento della tredicesima? Zabeo si augura che almeno “una buona parte di questi 30 miliardi di liquidità siano destinati agli acquisti natalizi. Un’opportunità che potrebbe ridar fiato ai magri bilanci di tanti negozianti e piccoli artigiani che anche nel 2015 hanno faticato a mantenere la saracinesca aperta”.

Tredicesima 2015: esclusa dal bonus Renzi

L’Ufficio studi della Cgia ha precisato che le tredicesime dei lavoratori dipendenti non beneficiano del bonus Renzi. L’unica consolazione quindi resta inevitabilmente quella dei mini-aumenti.

Nuovo caos nelle aliquote Tasi e IMU con l’approvazione della Legge di Stabilità 2016 che rende valide le delibere comunali approvate fino al 30 settembre 2015, prorogandole di 2 mesi rispetto al termine del 30 luglio.

La disposizione contenuta nella Legge di Stabilità, però, è destinata all’inefficacia, poiché entrando in vigore la legge il 1 gennaio 2016 i contribuenti avranno già pagato il gettito dei tributi il cui termine ultimo di pagamento è fissato per il 16 dicembre 2015.

Il provvedimento, quindi, non serve a nulla e i contribuenti dovranno pagare il tributo basandosi sulle aliquote pubblicate entro il 30 luglio 2015. L’emendamento che riguarda Tasi e Imu, però, è stato già approvato dalla Commissione Bilancio del Senato ma la sua inefficacia non cambia al punto che si sta pensando di introdurre la misura in un altro provvedimento, il Milleproroghe per esempio.

Anche se il governo aveva promesso una riforma di Tasi e Imu al caos legato ai due tributi si aggiunge anche la confusione su le variabili legate alle aliquote da applicare.

Per rispondere ai dubbi, più che legittimi dei contribuenti, si può dire che il saldo Tasi e IMU va pagato in base alle aliquote approvate entro la fine di luglio , le delibere successive potranno essere applicate ai tributi del prossimo anno, se non interverranno altre modifiche.

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La Legge di Stabilità 2016 al vaglio del Parlamento contiene disposizioni sull’Imu agricola che, se approvate, incideranno sul metodo di classificazione dei terreni e sulle regole per l’esenzione dall’imposta. Nel testo si prevede un ritorno alle disposizioni della circolare del 1993 per la divisione tra i Comuni che godono di esenzione. Di seguito le principali novità che interessano i proprietari terrieri e i coltivatori agricoli.

In base a quanto era previsto nella circolare del 1993, i Comuni vengono suddivisi in montani e non. Se a fianco al nome del Comune è riportata la dicitura PD, significa che è “parzialmente delimitato” e quindi l’esenzione opera solo limitatamente ad una porzione del territorio comunale.

L’esenzione IMU viene estesa anche ai terreni in pianura se di proprietà di imprenditori agricoli professionali o coltivatori diretti regolarmente iscritti alla previdenza agricola. Confermata anche l’esenzione IMU per i terreni ubicati nelle isole minori, indipendentemente dalla qualifica del proprietario. Sono infine esenti da IMU i terreni ad immutabile destinazione agro-silvo-pastorale a proprietà collettiva indivisibile e inusucapibile.

Tra gli effetti dell’abolizione dell’IMU agricola si segnala il venir meno dell’effetto sostitutivo IMU/Irpef di cui all’articolo 8 del decreto legislativo n.23 del 2011. Ciò significa, in altre parole, che i redditi dominicali dei terreni torneranno ad essere assoggettati all’Iperf.