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Per chi vuole aprire una società a responsabilità limitata semplificata non investendo c’è la possibilità della Srl semplificata a 1 euro la cui disciplina è stata perfezionata con il Decreto Lavoro 2013 eliminando molti dei paletti e lasciando intatte tutte le agevolazioni sui minori costi di avvio e lo statuto standard.

I requisiti per aprire una Srls a 1 euro richiedono che l’atto costitutivo deve essere redatto per atto pubblico che contenga i dati anagrafici e i requisiti della società:

  • denominazione sociale contenente l’indicazione a responsabilità limitata
  • il capitale sociale deve essere compreso tra 1 euro e 9.999 euro, versato e sottoscritto interamente alla data della costituzione delle Srls
  • indicazione degli amministratori (che in base alla nuova normativa non devono più essere soci.

Costi apertura Srls

L’atto costitutivo non si paga, il notaio controlla i requisiti senza chiedere onorari ed entro 20 giorni dovrà depositare gli atti presso Ufficio del Registro delle Imprese senza spese

Si dovrà invece pagare l’imposta di registro, la denuncia di inizio attività e il diritto annuale alla Camera di Commercio.

Poichè per le Srls c’è l’obbligo della contabilità ordinaria e del deposito del bilancio di esercizio presso il registro delle imprese e la tenuta dei libri sociali, i costi di tassa di concessione governativa per i libri sociali sono di 309,87 euro.

Ci sono le vere, le false, le ricche e le meno ricche. Le partite Iva sono una forte gamba del mercato del lavoro italiano, che ha più del 23% di lavoratori autonomi sul totale della forza lavoro. Una delle percentuali più alte d’Europa. Le undici cifre della partita Iva sono spesso la porta d’ingresso nel lavoro per molti giovani italiani. Ma è importante sapersi districare in un mondo fatto di cifre, percentuali, soglie reddituali, conti e sottrazioni.

Partiamo dalle basi. Che cos’è una partita Iva? 
Tecnicamente, non è un contratto di lavoro, ma una particolare forma di gestione retributiva e fiscale riservata ai lavoratori autonomi. Il riferimento normativo, di conseguenza, non si trova in qualche legge sul lavoro, ma negli articoli 2222 e 2230 del codice civile.

Quanti sono in Italia i lavoratori con partita Iva?
Il dato Eurostat attesta il numero di lavoratori italiani indipendenti a 4,808 milioni nel terzo trimestre 2014.

Al confronto con gli altri Paesi, la serie storica mostra un progressivo calo degli autonomi dal 2008. Nell’ultimo trimestre 2014 si è assistito a un vero e proprio boom della aperture di partita iva, ma dovuto al timore di incappare in condizioni peggiori con le variazioni che il governo aveva introdotto al regime dei minimi, variazioni poi cancellate. In termini assoluti, il popolo degli indipendenti italiani è comunque il più vasto d’Europa. Anche in termini relativi si tratta di una categoria importante: la proporzione di lavoratori indipendenti sul totale dei lavoratori era del 23,3% nel 2013: una delle più alte dell’Unione.

Quanto guadagnano le partite Iva nel nostro Paese?
I lavoratori autonomi svolgono la loro professione nei settori più disparati ed è per questo difficili ottenere un dato sulla retribuzione media significativo. Nei calcoli si va dai parasubordinati, agli artigiani, ai commercianti fino ai liberi professionisti. Nonostante nella rappresentazione collettiva il lavoratore autonomo sia tradizionalmente associato all’evasione e a un certo benessere, recentemente è stata sottolineata da più parte la condizione spesso disagiata di una parte di questa categoria. Si tratta di parasubordinati e professionisti iscritti alla gestione separata dell’Inps. Gli iscritti a questa cassa nel 2013 avevano un compenso lordo medio di 18.640 euro, che in termini netti significa un reddito da 8.670 euro annui, 723 euro mensili.

Gli iscritti alla gestione separata nel 2013 avevano un compenso lordo medio di 18.640 euro, che in termini netti significa un reddito da 8.670 euro annui, 723 euro mensili

Cosa devo fare per aprire una partita Iva? A chi mi devo rivolgere? 
Si può aprire una partita Iva solo e semplicemente interfacciandosi con l’Agenzia delle entrate, alla quale bisogna comunicare l’inizio della propria attività con apposita dichiarazione, nonché la scelta del tipo di regime contabile (regime dei minimi o contabilità ordinaria). In seguito, l’Agenzia assegna il numero di Partita Iva. Una volta ottenuto, bisogna recarsi all’Inps per aprire la propria posizione previdenziale.

Quanti tipi di partite Iva esistono? 
La distinzione più facile è quella tra partite Iva utilizzate da professionisti iscritti a ordini professionali e quelle usate da autonomi non facenti parte di alcun ordine. Vi è una distinzione anche tra partite Iva in regime dei minimi e partite Iva in contabilità ordinaria, comunque la più diffusa. Il regime dei minimi definisce una condizione agevolata per chi guadagna meno di 30mila euro lordi l’anno, comunque entro i 35 anni di età e per una durata massima di 5 anni. In questo caso l’imposta sostituiva è del 5 per cento. La logica sottesa è quella dell’alleggerimento fiscale destinato alle attività avviate da poco. Con la legge di stabilità 2015, è entrato in vigore anche una diversa versione del regime dei minimi, ma con limiti meno vantaggiosi: imposta sostitutiva 15% per redditi fino a 15mila euro.

È vero che avere una partita Iva costa tanto? Quante tasse devo pagare? 
Le tasse dipendono dalla fascia di reddito, dall’età e dall’anzianità dell’attività. I costi sono anche quelli di gestione fiscale, che non può essere improvvisata soprattutto se il giro di attività è tanto e sono quindi molte le fatture da emettere, registrare, contabilizzare ecc… È quindi molto probabile che ci si debba rivolgere a un commercialista. Per quanto riguarda invece l’aliquota contributiva, questa dipende dalla cassa dell’Inps alla quale si è iscritti. Qui le percentuali variano molto in base all’attività economica svolta. Si va dal 22% circa di commercianti e artigiani (categorie che versano ognuna nella propria cassa) al 27,7% degli iscritti alla gestione separata.

Se per lavorare in proprio affronto dei costi, posso scaricare qualche spesa?
Sì, ma è importante che i costi scaricabili siano quelli connessi alle attività svolte con la Partita Iva, non qualsiasi spesa personale o famigliare. Le spese scaricabili devono rispondere a requisiti di congruità e inerenza, ossia non possono essere quantitativamente sproporzionati rispetto alle attività del proprio business – ad esempio 5 computer per un lavoratore – e devono essere inerenti al tipo di attività – ad esempio è difficile pensare di scaricare il costo di un microscopio per un grafico freelance.

Una partita Iva può lavorare nell’ufficio del committente, sapendo però che l’utilizzo di una postazione fissa è uno di quegli indici di subordinazione che potrebbe determinare la trasformazione del rapporto

Se sono una partita Iva posso lavorare anche in ufficio? Posso lavorare con un solo committente?
Certamente una partita Iva può lavorare nell’ufficio del committente, sapendo però (entrambi) che il possesso/utilizzo costante di una postazione fissa è uno di quegli indici di subordinazione che potrebbe determinare la trasformazine del rapporto. Un altro di questi indici è la monocommittenza: anch’essa è possibile, ma può essere rischiosa. Vediamoli insieme: se per due anni di fila si guadagna più dell’80% da un solo committente, e se la postazione di lavoro è fissa, questi due fattori basterebbero a rendere presumibile la subordinazione in caso di contenzioso. Questo è quanto era stato definito dalla riforma Fornero e vale quindi per le collaborazioni avviate ancora per tutto il 2015. Dal 2016 invece dovrebbe entrare in vigore quanto previsto dal uno dei decreti attuativi del Jobs Act: gli indici di presunzione di subordinazione dovrebbero essere superati. Per trasformare i rapporti autonomi o parasubordinati in subordinati si terrà conto più della dipendenza organizzativa che della dipendenza economica. Conviene quindi tenersi aggiornati sugli sviluppi.

E se mi dicono di aprire una partita Iva e mi fanno lavorare come gli altri dipendenti? Ci si può rivolgere al giudice e chiedere il riconoscimento della subordinazione?
Certamente ci si può rivolgere al giudice. Nel caso davvero si lavori come gli altri dipendenti, è possibile che la partita Iva, semplicemente, non sia genuina. C’è un’eccezione: non si può pretendere questo, né lo si potrà con il Jobs Act, nel caso si sia iscritti a un ordine professionale. Quindi la famosa espressione “falsa partita Iva” si riferisce a casi nei quali viene richiesta solo per un risparmio sul costo del lavoro, mentre tutte le caratteristiche del rapporto rimangono quelle tipiche del lavoro subordinato.

Se ho la partita Iva, ho diritto a malattia e maternità?
La malattia non è sostanzialmente tutelata, se non con un piccolo rimborso. Gli iscritti alla gestione separata versano per queste coperture uno 0,72% di contributi, che però sinora è stato utilizzato per erogare prestazioni solo per pochi giorni e in quote molto contenute, almeno stando a quando denunciano le associazioni di categoria. La gravidanza invece è coperta invece solo per la parte della astensione obbligatoria. Un decreto attuativo del Jobs Act, dedicato alla conciliazione vita-lavoro prevede anche per gli autonomi la possibilità di aver un congedo di paternità obbligatorio e retribuito dall’Inps, nel caso la madre non possa beneficiarne. Inoltre per le lavoratrici iscritte alla Gestione separata l’indennità di maternità sarà prevista anche in caso di adozione internazionale. Per l’entrata in vigore di queste novità i tempi potrebbero però essere lunghi.

Con il termine inglese Business Center si intendono strutture che erogano servizi di ufficio arredato a tempo con servizi di segretaria.

Il concetto è anche noto come ufficio residence, ufficio arredato a tempo, ufficio a noleggio.

Il servizio viene erogato nella stessa modalità di un residence, in cui il cliente utilizza la struttura per viverci per un tempo variabile, trovando tutti i servizi inclusi nel corrispettivo che va a pagare. Così, analogamente, succede in un Business Center.

Le aziende che utilizzano questi servizi, accedono in una struttura che mette loro a disposizione, in modo centralizzato, uffici completamente arredati con una o più postazioni di lavoro, corredati di linee telefoniche dirette e di tutti i servizi di gestione e manutenzione ordinaria e straordinaria, dalle spese condominiali, alle utenze, alle pulizie, ecc.

I Business Center si rivolgono principalmente a:

SOCIETÀ che hanno la propria sede in un’altra città o all’estero e che vogliono aprire una filiale in una città diversa o anche quando hanno bisogno di una sede provvisoria per un lavoro temporaneo;
IMPRENDITORI che vogliono disporre di un ufficio di rappresentanza professionale e di prestigio;
LIBERI PROFESSIONISTI che necessitano di una sede per svolgere la propria attività, limitando i costi di gestione ottimizzando le spese, evitando i problemi legati alla gestione del personale.
I vantaggi di un Business Center sono:

L’utilizzo immediato di una sede sia direzionale che operativa, efficiente e produttiva.
L’eliminazione drastica del tempo dedicato alla ricerca, alla ristrutturazione e all’allestimento di una sede tradizionale, oltre a quello necessario per la selezione e la formazione del personale di segreteria.
La flessibilità di poter aumentare o diminuire gli spazi di lavoro in funzione delle necessità del momento.
L’economia di gestione dell’ufficio. Tutti i costi sia di gestione dell’ufficio che dei servizi utilizzati, sono compresi in un corrispettivo mensile.

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Quando un imprenditore individuale si appresta a fare una cessione della propria azienda è soggetto ad una tassazione particolare che dipende dalla plusvalenza che deriva dalla differenza tra il costo fiscalmente riconosciuto dell’azienda e il valore che essa ha nella cessione.

Quindi la cessione di una azienda può dar luogo o ad una plusvalenza o ad una minusvalenza che va ad incidere sulle imposte sui redditi.

A classificare tali plusvalenze sono gli articoli 86e 58 del TUIR.

L’articolo 86 afferma che concorrono alla determinazione del reddito ai fini Ires le plusvalenze delle aziende. Se in caso di cessione il corrispettivo è costituito soltanto da beni ammortizzabili iscritti in bilancio allo stesso valore dei beni ceduti, la plusvalenza è determinata soltanto dal denaro pattuito.

L’articolo 58 del TUIR, invece, stabilisce che le plusvalenze che derivano da una cessione di azienda concorrono alla formazione del reddito imponibile ai fini Ires. Se il contribuente decide di avvalersi della tassazione separata, secondo l’articolo 17 comma 2 del Tuir, invece, non concorrono alla formazione del reddito imponibile ai fini Ires.

Il valore della plusvalenza o delle minusvalenze, è determinato dalla differenza del valore fiscale dei singoli beni che compongono l’azienda al momento della cessione, in base alla situazione contabile aggiornata al momento della cessione. Tale valore va confrontato con quello relativo alla cessione stessa, formato dal valore del corrispettivo più gli oneri quali spese legali, perizie, mediazioni ecc…

Per poter fruire della tassazione separata l’imprenditore deve possedere l’azienda che cede da più di 5 anni compilando il quadro RM del modello UNICO PF. Al momento della cessione, in questo caso, va versato il 20% dell’imponibile a titolo di acconto. La differenza sarà recapitata direttamente dall’Agenzia delle Entrate. Anche l’imprenditore che cede l’unica azienda, perdendo lo status di imprenditore, potrà fruire della tassazione separata ma non della rateazione.

La Legge Annuale sulla Concorrenza, in esame presso l’aula di Montecitorio, contiene novità importanti per chi intende aprire una Srl semplificata nel 2016. Nello specifico il testo dell’articolo 29 prevede la possibilità di costituire una società a responsabilità limitata semplificata tramite scrittura privata.

La non obbligatorietà dell’atto pubblico comporta, per questa particolare forma societaria, superamento della figura del notaio. Resta fermo, anche alla luce di queste novità, l’obbligo di iscrizione presso il registro delle imprese.

Srl semplificata 2016: come cambiano le regole per la costituzione

Ad oggi la costituzione della società semplificata a responsabilità limitata è regolata dall’articolo 2463 del codice civile che prevede la redazione di un atto pubblico conforme al modello fornito nel Decreto del Ministero della Giustizia. Sebbene siano fissati dei requisiti minimi, lo scopo è quello di ridurre oneri, tempi e costi. È chiaro che autorizzando la costituzione di una Srl semplificata tramite scrittura privata, costi e tempi si ridurrebbero ulteriormente. Peraltro l’articolo in analisi non fa riferimento alla cosiddetta scrittura privata autenticata e, quindi, interpretando la disposizione alla lettera appare lecito ammettere la scrittura privata semplice, che non richiede l’intermediazione di un notaio. Nel caso di Srl semplificata costituita tramite scrittura privata, gli amministratori sono tenuti al deposito dell’ atto presso il registro delle imprese entro 20 giorni, rivolgendosi all’ufficio competente territorialmente in base alla sede sociale.