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Utilizzando il computo nella gestione separata dei contributi versati nelle altre casse è possibile accedere alla pensione con 63 anni e 7 mesi di età unitamente a 20 anni di contributi versati.

A chiarire il funzionamento del beneficio è la circolara INPS numero 184 del 2015. Il computo nella gestione separata non va, però, confuso con le totalizzazione o con il cumulo dei contributi, entrambi gli istituti, infatti, permettono al lavoratore di far valere periodi contributivi presso l’AGO per pensione di invalidità, vecchiaia e ai superstiti per i lavoratori dipendenti sommando gratuitamente i contributi versati nell’AGO con quelli versati dopo il 1995 nella gestione separata per accedere al trattamento pensionistico.

Il computo nella gestione separata, invece, è uno strumento normativo che permette di riunire gratuitamente tutti i contributi sparsi nelle gestioni delle previdenza pubblica per conseguire un’unica pensione e può essere esercitato da tutti coloro che possono dar valere periodi di contributi versati nell’AGO se in possesso di determinati requisiti.

Vediamo quali sono i requisiti richiesti per esercitare il computo nella gestione separata.

Con il computo nella gestione separata si può accedere a diverse prestazioni previdenziali quali:

  • pensione di vecchiaia
  • pensione anticipata
  • assegno ordinario di invalidità
  • pensione di inabilità
  • pensione indiretta
  • pensione supplementare

Poichè il pensionamento a 63 anni e 7 mesi è una prestazione che , unitamente a 20 anni di contributi versati, la legge Fornero riserva soltanto ai contributi puri, e dato che la gestione separata eroga soltanto prestazioni di natura contributiva permette l’accesso a questo tipo di pensionamento

Per esercitareil computo nella gestione separata bisogna possedere i seguenti requisiti:

  • meno di 18 anni di contributi versati prima del 31 dicembre 1995 nell’AGO o in una gestione sostitutiva od esclusiva per poter accedere alla pensione di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi con 20 anni di contributi versati e un assegno superiore a 1,5 volte l’assegno sociale
  • alla data del 31 dicembre 1995 almeno un contributo versato per accedere alla pensione di vecchiaia con 70 anni e 7 mesi ed almeno 5 anni di contributi effettivi
  • possedere almeno 15 anni di contributi di cui almeno 5 accreditati dopo il 1996 (con il contributivo) per accedere alla pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne indipendentemente dall’età anagrafica
  • maturare i requisiti contributivi dopo del punto precedente dopo il 1 gennaio 2012 per accedere alle pensione anticipata a 63 anni e 7 mesi unitamente a 20 anni di contributi versati e con un assegno che non sia inferiore a 2,8 volte l’assegno sociale (almeno 1250 euro al mese, quindi)

Se si è versato almeno un contributo nella gestione separata il calcolo dell’assegno avviene totalmente con il sistema contributivo.

Cosa accade a chi, rilasciando una falsa dichiarazione Isee o Dsu si palesa come nullatenente per aver diritto ad agevolazioni e detrazioni fiscali quando in realtà il suo reddito è più alto?

Va in ogni caso distinta la falsa dichiarazione dall’errata indicazioni di alcune informazioni all’interno del modello, per la quale può essere apportata modifica o integrazione.

In questo articolo ci occuperemo delle sanzioni pecuniarie e penali che rischiano coloro che presentano una dichiarazione falsa per accedere ai benefici destinati a nuclei familiari in difficoltà economica. Eè da sottolineare il fatto che lo Stato, per combattere questi fenomeni di dichiarazioni mendaci, ha dei sistemi di controllo da parte di Agenzia delle Entrate, Inps e Guardia di Finanza.

Il metodo per scovare i furbetti è l’incrocio dei dati in possesso dell’Agenzia delle Entrate con quelli dell’Anagrafe tributaria che contiene, oltre alle dichiarazioni fiscali, anche i dati relativi al possesso di immobili, veicoli, polizze assicurative, rapporti con istituti bancari e finanziari.

Incrociando questa serie di informazioni con le dichiarazioni rese nel modello ISEE o nella DSU emergono eventuali incongruenza che possono innescare successivi controlli per verificare sia la capacità reddituale del dichiarante che del suo nucleo familiare con relativa dotazione patrimoniale.

Nel caso in cui venga riscontrata un’omissione, che potrebbe anche essere frutto di incomprensioni, potrà essere richiesto di presentare un nuovo modello ISEE o una nuova DSU integrando le omissioni o rettificando quelli non riportati correttamente.

Qualora, invece, nelle attività di verifica risulti emergere una dichiarazione mendace potranno essere applicate le sanzioni penali e pecuniarie riportate negli articoli 75 e 76 del testo unico sulla documentazione amministrativa.

Oltre a prevedere la decadenza dei benefici ottenuti con la falsa dichiarazione, sarà richiesta la restituzione di quanto ottenuto con la dichiarazione mendace. Chiunque, poi, rilasci una falsa dichiarazione è anche punito ai sensi del codice penale per

  • Falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri per cui è prevista la reclusione fino a 3 anni
  • False dichiarazioni sull’identità o su qualità personali, proprie o altrui per cui è prevista la reclusione fino ad un anno e sanzioni fino a 516,27 euro.

Sono disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate le versioni definitive dei modelli, con le relative istruzioni, per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli Studi di Settore 2016, da utilizzare per la dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta 2015. (provvedimento n. 16428 del 29 gennaio 2016).

Nel dettaglio, i modelli degli Studi di Settore 2016 riguardano:

  • 51 studi per il settore delle manifatture;
  • 60 studi per il settore dei servizi;
  • 24 studi per i professionisti;
  • 69 studi per il settore del commercio.

I modelli degli Studi di Settore 2016 costituiscono parte integrante della dichiarazione dei redditi da presentare con il modello Unico 2016.

Le nuove versioni introducono alcune semplificazioni, ed esattamente:

  • non vi è più l’obbligo di presentazione per il 2015 dei modelli INE (indicatori di normalità economica);
  • non vi è più l’obbligo al modello di comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi per i contribuenti che hanno cessato l’attività nel corso del periodo d’imposta o che si trovano in liquidazione ordinaria.

Entrambi tali adempimenti, originariamente previsti in base all’art. 1 comma 19, della legge n. 296 del 2006, non sono più necessari, in quanto la finalità di rilevare la presenza dei ricavi o compensi non dichiarati ovvero di rapporto di lavoro irregolare, potrà essere efficacemente rilevata attraverso l’integrazione e l’analisi delle diverse banche dati, anche dichiarative, a disposizione dell’Agenzia delle Entrate.

Tra le principali novità debuttano nei quadri F e G degli appositi campi in cui imprenditori e professionisti possono indicare la maggiorazione del 40% del costo di acquisizione di beni materiali strumentali nuovi, riconosciuta, per incentivare gli investimenti, dalla legge di Stabilità per il 2016 (c.d. super-ammortamenti). Gli stessi quadri tengono inoltre conto dell’applicazione del regime fiscale di vantaggio.

Viene semplificata la struttura  per il quadro F: per gli studi evoluti per il periodo d’imposta 2015 è stato infatti accorpato il contenuto deirighi F14 e F15, mentre nel quadro X è possibile rettificare il peso di alcune variabili.

Debutta il nuovo quadro Z, inserito nei modelli relativi ad alcuni Studi di Settore che andranno in evoluzione per il periodo d’imposta 2017, all’interno del quale dovranno essere indicate alcune informazioni utili ai fini dell’aggiornamento degliStudi di Settore 2016.

I modelli degli Studi di Settore 2016 contengono anche le informazioni, individuate sulla base della metodologia presentata alla Commissione degli esperti nella seduta del 2 dicembre 2015.

I modelli devono essere trasmessi per via telematica unitamente alla dichiarazione dei redditi Unico 2016. La trasmissione dei dati all’Agenzia delle Entrate deve essere effettuata direttamente, attraverso il servizio telematico Entratel o Fisconline, ovvero avvalendosi degli incaricati di cui all’art. 3, commi 2-bis e 3, del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998 n. 322 e successive modificazioni.

I soggetti incaricati della trasmissione telematica, comunicano al contribuente, dopo aver ultimato correttamente l’invio, i dati relativi all’applicazione degli Studi di Settore 2016, compresi quelli relativi al calcolo della congruità, coerenza e normalità economica, utilizzando i modelli o un prospetto, contenente tutti i dati trasmessi.

Studi di Settore 2016 – Asseverazione

I soggetti che effettuano l’asseverazione di cui all’art. 35, comma 1, lettera b) del decreto legislativo 9 luglio 1997 n. 241 e attuata dall’art. 3 del decreto ministeriale n. 164 del 1999, devono verificare che gli elementi contabili ed extracontabili indicati nei modelli di dichiarazione e rilevanti ai fini dell’applicazione degli Studi di Settore 2016, corrispondano a quelli risultanti dalle scritture contabili e da altra documentazione idonea.

L’asseverazione non deve essere effettuata relativamente ai dati:

  • per i quali sia necessario esaminare, a tal fine, l’intera documentazione contabile o gran parte di essa;
  • che implicano valutazioni di carattere imprenditoriale;
  • relativi alle unità immobiliari utilizzate per l’esercizio dell’attività.
Il regime forfettario dal 2016 è l’unica scelta per partite IVA agevolate. Da quest’anno infatti non è più possibile aderire ai vecchi minimi. Abbiamo messo a confronto i due regimi dal punto di vista dei requisiti di accesso, della tassazione e della convenienza. Oggi invece ci soffermiamo su un aspetto più formale ovvero la predisposizione di una fattura. Quali elementi sono necessari per le fatture di contribuenti che rientrano nel regime forfettario? Qual è la dicitura finale corretta con il riferimento legislativo che va riportata? La fattura dei contribuenti del forfettario è soggetta ad imposta di bollo e a ritenuta d’acconto?

La dicitura che andava riportata nel precedente regime dei minimi era il riferimento alla Legge Finanziaria 2008(e successive modifiche). Che cosa devono riportare in fattura i contribuenti che aderiscono al forfettario?

La dicitura corretta è la seguente: “Operazione effettuata ai sensi dell’articolo 1, commi da 54 a 89, della Legge n. 190/2014 così come modificato dalla Legge numero 208/2015. Si richiede la non applicazione della ritenuta alla fonte a titolo d’acconto ai sensi dell’articolo 1 comma 67 della Legge numero 190/2014.

Imposta di bollo da 2 euro assolta sull’originale per importi maggiori di 77,47 euro”.

Regime forfettario: si applica la ritenuta d’acconto ai compensi?

I compensi dei contribuenti titolari di partita IVA soggetti a forfettario non sono assoggettati a ritenuta d’acconto. Per i vecchi minimi, visto che l’imposta sostitutiva era stata fissata al 5%, la ritenuta d’acconto era stata abrogata.

Imposta di bollo nelle fatture: quando va messa?

Per quanto riguarda l’imposta di bollo invece nulla è cambiato rispetto al regime dei minimi. La normativa prevede che questa vada apposta quando l’importo totale della fattura supera i 77,47 euro.

Lunedì 1° febbraio, è il termine ultimo per denunciare l’intervenuta variazione, senza incorrere in sanzioni o penalizzazioni, dei redditi dominicale e agrario dei terreni verificatesi nel 2015. La scadenza ordinaria per la comunicazione dei cambiamenti , in aumento o in diminuzione del reddito dominicale e agrario dei terreni, cade il 31 gennaio dell’anno successivo a quello in cui si è verificata la modifica. Per quest’anno, il termine si sposta in avanti di un giorno poiché il mese di gennaio finisce di domenica.

La denuncia va presentata dai titolari di redditi dominicale e agrario dei terreni, per denunciare le variazioni dei terreni verificatesi nel 2015. I contribuenti per la presentazione della denuncia possono scegliere tra l’invio telematico, utilizzando il software Docte 2.0 oppure presentando la dichiarazione al competente Ufficio Provinciale-Territorio dell’Agenzia delle Entrate.

La denuncia annuale delle variazioni dei redditi dominicale e agrario dei terreni interessa le seguenti categorie di contribuenti:

  • dipendenti, pensionati, persone fisiche non titolari di partita Iva, collaboratori coordinati e continuativi, lavoratori occasionali;
  • imprenditori artigiani e commercianti, agenti e rappresentanti di commercio, ecc.;
  • lavoratori autonomi, professionisti titolari di partita Iva iscritti o non iscritti in albi professionali;
  • società di persone, società semplici, Snc, Sas, Studi Associati;
  • società di capitali ed enti commerciali, SpA, Srl, Soc. Cooperative, Sapa, Enti pubblici e privati diversi dalle società;
  • istituti di credito, Sim, altri intermediari finanziari, società fiduciarie;
  • enti che non svolgono attività commerciali;
  • organi e amministrazioni dello Stato;
  • altri soggetti.

L’articolo 30 del Tuir (Dpr 917/1986) stabilisce le norme per l’adempimento della denuncia annuale delle variazioni dei redditi dominicale ed agrario dei terreni.

Secondo l’art. 30, le variazioni del reddito dominicale, in aumento o in diminuzione, devono essere denunciate dal contribuente all’Agenzia delle Entrate, con apposito modello, nel quale vanno indicate la partita catastale e le particelle cui le variazioni si riferiscono e, se queste riguardano porzioni di particelle, deve essere allegata la dimostrazione grafica del frazionamento dei terreni.

I commi 1 e 2 dell’articolo 29 del Tuir definiscono, rispettivamente:

  • variazioni del reddito dominicale in aumento, quelle derivanti dalla sostituzione del prodotto coltivato, rispetto a quanto indicato in catasto, con un altro di maggiore reddito;
  • variazioni del reddito dominicale in diminuzione, quelle avvenute in senso opposto, cioè quando la sostituzione della qualità di coltura allibrata in catasto avviene con un’altra di minore reddito oppure quando si riduce la capacità produttiva del terreno per naturale esaurimento o per altra causa di forza maggiore, anche se non vi è stato cambiamento di coltura, o per eventi fitopatologici o entomologici interessanti le piantagioni. I termini dell’adempimento e il periodo d’imposta interessato.

Le variazioni in aumento, dei redditi dominicali  e agrari del terreni, devono essere denunciate entro il 31 gennaio dell’anno successivo a quello in cui si sono verificati i fatti (art. 30, comma 2 ), le variazioni hanno effetto da tale anno.

Le variazioni in diminuzione, dei redditi dominicali e agrari del terreni,  hanno effetto dall’anno in cui si sono verificati i fatti (art. 30, comma 3) se la denuncia è presentata entro il 31 gennaio dell’anno successivo. Le variazioni hanno effetto dall’anno in cui avviene la comunicazione.

Se il terreno è dato in affitto per uso agricolo, la denuncia può essere presentata direttamente dall’affittuario.

Omessa dichiarazione e sanzioni

In caso di omessa denuncia annuale delle variazioni dei redditi dominicale ed agrario dei terreni , è prevista una sanzione amministrativa, da un minimo di euro 250 a un massimo di euro 2.000.

Non sono tenuti alla denuncia di variazione colturale i contribuenti che, per richiedere i contributi agricoli Cee, hanno presentato all’Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) la dichiarazione sull’uso del terreno (vedi “Variazioni colturali anno 2015, la lista dei comuni in Gazzetta”).

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Il bonus bebè è riservato alle coppie che hanno avuto figli dal primo gennaio 2015 o che gli hanno presi in affidamento o adozione nello stesso periodo. L’importo, come noto, è di 80 euro al mese.

L’erogazione del bonus bebè è però subordinata, oltre alla richiesta (da presentare entro 90 giorni dall’evento) a requisiti economici: è infatti riconosciuta solamente per indicatore Isee tra i 7.000 e i 25.000 euro (sotto la soglia minima il bonus bebè raddoppia a 160 euro mensili). Per non rischiare di perdere il diritto al bonus bebè occorre rinnovare la certificazione dell’Indicatore della situazione economica equivalente (Isee) entro il 31 gennaio.

Isee 2016: cosa rischia chi non lo presenta entro la scadenza

In caso di presentazione dell’Isee 2016 oltre tale data, l’erogazione del bonus viene sospesa fino alla data di presentazione della stessa. Chi invece non ha presentato la richiesta nel 2015 può farla anche nel 2016 ma il bonus in ogni caso verrà erogato solamente a partire dal mese successivo alla richiesta nel caso siano trascorsi più di 90 giorni dall’evento nascita.

Bonus mobili 2016: richiesta di chiarimenti

Intanto un’altra interrogazione ha chiesto lumi al governo sulle regole per le detrazioni fiscali previste in caso di acquisto di mobili per giovani coppie. Sebbene siano trascorsi 20 giorni dall’entrata in vigore della legge sul bonus mobili 2016, non è stata fatta ancora chiarezza sui termini per poterne beneficiare.

Il decreto del MEF del 13 gennaio 2016 stabilisce le modalità e i termini di trasmissione all’Agenzia delle Entrate dei dati relativi alle spese universitarie, quelle funebri, le spese per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica da inserire nel 730 precompilato.

La dichiarazione precompilata, infatti, così come previsto dal Dlgs 175/2014, si arricchisce di queste nuove spese detraibili. Dal MEF arrivano, quindi, le indicazioni su come le notizie relative alle spese detraibili vadano inviate all’Agenzia delle Entrate entro il 28 febbraio dell’anno successivo a quello cui si riferisce la dichiarazione dei redditi (per quest’anno la scadenza slitta al 29 febbraio poichè il 28 cade di domenica).

Già a partire dall’invio dei dati riguardanti lo scorso anno i termini devono essere rispettati.

Le spese Universitarie detraibili sono

  •  frequenza di corsi universitari
  •  frequenza di corsi universitari di specializzazione
  •  frequenza di corsi di perfezionamento
  • frequenza di master assimilabili a corsi universitari o di specializzazione
  •  di iscrizione a dottorati di ricerca.

E gli atenei sono tenuti alla comunicazione per ogni anno e per ciascuno studente indicando, al contempo, chi ha materialmente sostenuto tali spese.

Spese funebri

Come per quelle universitarie anche per le spese funebri è prevista una detrazione del 19%. A trasmettere i dati all’Agenzia delle Entrate dovranno provvedere, per le spese relative all’anno 2015, le agenzie del settore. Dovranno essere comunicati i costi riferibili ad ogni decesso indicando i dati del defunto e quelli dell’intestatario della ricevuta fiscale.

Interventi di recupero del patrimonio energetico edilizio e di riqualificazione energetica

Anche per il 2016 sono state confermate le detrazioni maggiorate al 50% anzichè al 36% per le spese sostenute per interventi di recupero del patrimonio edilizio e al 65% anzichè al 55% per le spese di riqualificazione energetica. Tali spese dovranno essere comunicate entro il 28 febbraio di ogni anno all’Agenzia delle Entrate da banche e Poste con i dati relativi ai bonifici emessi dai contribuenti per questo tipo di lavori indicando nella comunicazione gli identificativi del mittente, il contribuente beneficiario della detrazione e il destinatario della somma.

Come sarà questo 2016 sul fronte tasse per le imprese? Stando allo stato d’animo degli imprenditori, nonostante il riconoscimento di qualche segnale di ripresa nello scorso anno, la pressione fiscale continuerà ad essere la vera zavorra dell’imprenditoria. Il Centro Studi di Confindustria ha stimato una pressione fiscale sulle imprese pari al 49,4% del PIL. Ad anticipare quelle che saranno le novità 2016 sul fronte tasse per le imprese è stata il direttore dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi in occasione di un convegno Assonime.

Il dibattito si è focalizzato soprattutto su voluntary disclosure, ruling e abuso di diritto.

Tanta carne al fuoco che inevitabilmente comporterà anche qualche difficoltà tecnica: solo la voluntary disclosure richiederà circa 500mila atti diaccertamento.

E’ stato confermato che l’abuso del diritto sarà al centro della riforma fiscale.

 

Evasione fiscale imprese: quasi la metà delle aziende non paga le tasse

E di fronte alla pressione fiscale a carico delle imprese c’è il rivolto della medaglia: il 43% delle aziende non paga le tasse. Questi i dati forniti dal ministero dell’Economia, in seguito all’analisi delle dichiarazioni Ires-Irap.

Il 96,9% delle aziende con più di 100 dipendenti ispezionate per controlli fiscali, secondo i dati di Confindustria forniti da Gianfelice Rocca, è stata sanzionata. Ma “se tutti passano col rosso”, ha commentato il presidente di Assolombarda, “forse è il semaforo che non funziona”. L’invito al Fisco quindi è a “concentrarsi sull’evasione più che sull’elusione” posto che quest’ultima, in molti casi, è dovuta a difficoltà tecniche, burocratiche o economiche.

La Legge di Stabilità 2016 ha previsto il rinvio al 2018 dell’obbligo di considerare i fabbisogni standard nel calcolo delle tariffe Tari. Questo significa, in altre parole, che per ancora due anni i Comuni saranno liberi di scegliere i costi della gestione dei rifiuti, e quindi delle relative tariffe Tari, senza tener conto dei fabbisogni standard.

Il rinvio al 2018 è stato giustificato sulla considerazione del fatto che l’applicazione senza indicazioni chiare avrebbe potuto causare il rischio di ammanchi e di coperture economiche insufficienti, in particolare laddove il costo effettivo del servizio risulti essere superiore ai suddetti fabbisogni standard.

La Legge di Stabilità inoltre ha esteso al 2017 il termine entro cui i Comuni possono continuare ad avvalersi delle deroghe al metodo normalizzato ex Dpr 158/1999 per il calcolo delle tariffe Tari, senza tener conto del coefficiente Ka (relativo alla quota fissa delle utenze domestiche) e applicando i coefficienti Kb, Kc e Kd (relativi alle quote variabili delle utenze domestiche e alle utenze non domestiche, sia per la componente fissa che per quella variabile) senza tener conto dei limiti minimi e massimi.

Questo permetterà di prevedere tariffe Tari speciali per alcune tipologie di attività caratterizzate da una maggiore produzione di rifiuti (pescherie e ristoranti ad esempio).

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Dal 1 gennaio 2016 non è più possibile, per chi apre una nuova partita IVA, poter scegliere tra il vecchio sistema del Regime dei Minimi con aliquota al 5% e il nuovo con aliquota al 15% sull’utile forfettario.

Con il termine del periodo transitorio tra i 2 regimi (2015) si sono alzate le soglie di reddito grazie alle modifiche apportate dalla Legge di Stabilità 2016 ma resta, comunque, il dubbio sull’applicabilità del vecchio regime fino al 30 gennaio 2016.

Il contribuente che apre una nuova attività ha, infatti, 30 giorni di tempo per presentare la dichiarazione all’Agenzia delle Entrate secondo l’articolo 35 del DPR 633/1972. Interpretando estensivamente la legge, quindi, la possibilità di optare per il vecchio regime dovrebbe essere estesa fino al 30 gennaio 2016 (con l’esclusione degli artigiani poichè per loro è valida la data dell’invio della domanda).

Fino alla fine del 2015, quando era possibile scegliere tra i due regimi, la maggior parte dei contribuenti con Partita IVA ha optato per il vecchio regime dei minimi al 5%.

In attesa di chiarimenti su questo caso specifico, per chi apre una partita IVA nel 2016 non sarà più possibile scegliere l’aliquota al 5% poichè si applicano le nuove regole previste dalla legge di Stabilità 2016 che ha alzato il limite di reddito per ogni categoria di 10mila euro (per i professionisti di 15mila).

Il meccanismo resta lo stesso per il 2015: applicare ai ricavi un coefficiente stabilito per ogni tipologia di lavoro autonomo e, quindi, l’aliquota del 15%. Nel nuovo regime dei minimi si resta fintanto si soddisfano i requisiti di reddito non sussistendo requisiti temporali da soddisfare.

 

Per quel che riguarda i contribuenti che nel corso del 2015 erano già nel Regime dei Minimi al 5% la Legge di Stabilità 2016 non contiene indicazioni.

Nella finanziaria 2015 era specificato che chi era nel vecchio Regime dei Minimi poteva continuare ad applicare l’aliquota del 5% fino alla naturale scadenza dei 5 anni o al compimento dei 35 anni di età.

Nel nuovo Regime dei Minimi l’aliquota al 5% resta in vigore in alcuni casi specifici, ovvero per Startup e nuove attività per un massino di 5 anni, che sono 4 se l’attività è stata aperta nel 2015.

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