Tag Archives: contributi

Il Bonus affitto 2016 da 8.000 euro è un aiuto che lo Stato attraverso i Comuni riconosce agli inquilini vittime di morosità incolpevole, ossia, quando a causa di un motivo molto grave che va al di là della propria volontà, l’affittuario non riesce a pagare l’affitto. Il contributo può essere richiesto presso il comune di residenza che potrà, una volta valutata la documentazione, fare ricorso al Fondo morosità incolpevole del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per il quale sono stati stanziati 190 milioni di euro per il periodo 2016/2020.

Requisiti per accedere al Bonus affitto 2016 inquilini morosi

Le famiglie per poter accedere al bonus affitto concesso tramite il Fondo Morosità Incolpevole, devono essere in possesso di determinati requisiti, individuati dal decreto anti-sfratto. I requisiti per ottenere il bonus sono definiti di volta in volta dai bandi emessi dai comuni,ma in genere sono legati a cause di estrema gravità, ad esempio:

– licenziamento o riduzione dell’orario di lavoro;
– cassa integrazione;
– mancato rinnovo del contratto a tempo determinato;
– cessazione, per causa di forza maggiore, di attività lavorativa autonoma;
– infortunio o decesso di un componente della famiglia che concorreva al reddito del nucleo.

Ti stai chiedendo a quanti anni andrai in pensione? I requisiti anagrafici e contributivi per la pensione di vecchiaia attualmente in vigore, e validi almeno fino al 200 salvo riforma, sono stati fissati dalla legge Fornero.

Pensione 2016-2017: requisiti anagrafici

Per quest’anno e l’anno prossimo, il ritiro dal lavoro prevede almeno 20 anni di contributi e la soglia di 66 anni e 7 mesi per tutti i lavoratori dipendenti (settore pubblico e privato) e autonomi e per le donne impiegate nel comparto pubblico.

In altre parole bisogna essere nati entro il 31 maggio 1950 (ovviamente 31 maggio 1951 se si aspira ad andare in pensione nel 2017). Per le dipendenti private il requisito anagrafico scende a 65 anni e sette mesi (quindi la data di nascita non dovrà collocarsi oltre il 31 maggio 1951 per il 2016 e il 31 maggio 1952 per il 2017). Le lavoratrici autonome potranno andare in pensione a 66 anni e 1 mese: in altre parole nel 2016 potranno ritirarsi tutte quelle nate entro il 30 novembre 1950 e, l’anno prossimo, quelle nate entro il 30 novembre 1951.

In pensione nel 2018: adeguamento dei requisiti anagrafici

Nel 2018 l’età minima sarà equiparata per tutte le suddette categorie: occorrerà aver compiuto i 66 anni e sette mesi e, quindi, la data di nascita non dovrà superare il 31 maggio del 1952.

Età pensionabile: adeguamenti dal 2020

A partire dal 2019, l’adeguamento dei requisiti anagrafici per andare in pensione sarà fatto su cadenza biennale. Per il 2021 e 2022 la pensione di vecchiaia sarà fissata a 67 anni e 2 mesi con i giorni di nascita massimi che cadranno, rispettivamente, il 31/10/1954 e il 31/10/1955.

Nel biennio 2023-2024 serviranno 67 anni e 5 mesi per andare in pensione. L’adeguamento nel 2025 richiederà ulteriori tre mesi.

Dal 2027/28 l’incremento sarà di 2 mesi: conseguentemente l’età minima salirà a 67 anni e 11 mesi. Ancora due mesi in più (68 anni e 1 mese) per il biennio 2029/2030, con data di nascita massima entro il 30/11/1961 e 30/11/1962.

Requisiti anagrafici per la pensione: scenari futuri

La legge Fornero ha fissato i requisiti per la pensione di vecchiaia fino al 2050: nel 2031-32 serviranno 68 anni e 3 mesi (potranno andare in pensione i nati entro 30/09/1963 e 30/09/1964) fino ad arrivare al biennio 2049-50 in cui serviranno 69 anni e 9 mesi (potranno andare in pensione i nati entro il 31/03/1980 e 31/03/1981).

Il Dl attuativo del bonus fiscale riconosciuto per l’acquisto di case in affitto ha imposto all’agevolazione alcuni limiti e paletti da tenere presente.

Bonus case da locare 2016: come funziona

Prima di tutto si chiarisce che il bonus viene riconosciuto una tantum per ciascun immobile. L’agevolazione fiscale inoltre non è cumulabile con altre di questo tipo previste per le stesse spese da altre disposizioni.

Il bonus case in affitto prevede una deduzione dal reddito ai fini Irpef del 20% sul prezzo di acquisto dell’immobile così come risulta dall’atto di compravendita e fino al limite massimo totale di 300 mila euro, Iva inclusa. Si includono nella deduzione anche gli interessi passivi sui mutui contratti per l’acquisto della medesima unità immobiliare.

Bonus case in affitto: quali vi rientrano

Rientrano nella norma gli acquisti effettuati dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2017, per unità immobiliari a destinazione residenziale di nuova costruzione rimaste invendute. La deduzione spetta anche per le spese sostenute per interventi di ristrutturazione edilizia o di restauro e risanamento conservativo, quelle per i dipendenti assunti con contratti di appalto, quelle sostenute per la costruzione di un’unità immobiliare a destinazione residenziale su aree edificabili che il contribuente possedeva prima dell’inizio dei lavori o aree sulle quali esistono diritti edificatori, per le costruzioni da ultimare entro il 31 dicembre 2017 per le quali, entro la data del 12 novembre 2014, era stato riconosciuto titolo abilitativo edilizio.

I requisiti degli immobili per usufruire del bonus sono i seguenti:

  • l’unità immobiliare venga destinata, entro sei mesi dal momento dell’acquisto o dal termine dei lavori di costruzione, alla locazione a carattere continuativo per un minimo di otto anni;
  • l’unità immobiliare residenziale non sia classificata o classificabile di lusso. In altre parole sono escluse le categorie catastali A/1, A/8 e A/9;
  • l’unità immobiliare non si trovi nelle zone omogenee classificate E;
  • l’unità immobiliare abbia ottenuto le prestazioni energetiche certificate in classe “A” o “B”;
  • il canone di locazione non superi quello convenzionato risultante dalla convenzione-tipo di cui all’articolo 18 del Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia (Dpr 380/2001) ovvero il minore importo tra il canone concordato ex articolo 2, comma 3, della legge 431/1998, e il canone speciale di cui all’articolo 3, comma 114, della legge 350/2003;
  • non esistano rapporti di parentela compresi entro il primo grado tra locatore e conduttore;
  • sia accertata l’esecuzione di opere edilizie che siano conformi a quelle assentite o comunicate.

Bonus affitto, come viene erogato

Il bonus sulle case in locazione viene ripartito in otto rate annuali di pari importo, a partire dal periodo di imposta in cui viene stipulato il contratto di locazione ed è riservato ai diversi proprietari, persone fisiche non esercenti attività commerciale, in virtù delle quote di proprietà. L’agevolazione non viene meno neppure nel caso in cui viene ceduto il diritto di usufrutto a soggetti che operano, da un minimo di dieci anni, nel settore degli alloggi sociali.

Per le lavoratrici che scelgono il pensionamento anticipato con il regime sperimentale opzione donna il TFR sarà erogato dopo 24 mesi dalle dimissioni. A ribadirlo è un chiarimento dell’INPS il quale ricorda che con la circolare 74/2014 si era stabilito che il possesso dei 57 anni di età e i 35 anni di contributi non può essere considerato come un requisito autonomo per il diritto alla pensione e proprio per questo non può determinare un anticipo all’erogazione della buonuscita, i cui termini sono fissati dalla legge 147 del 2013 ed applicati dal 1 gennaio 2014.

I chiarimenti richiesti all’INPS riguardavano le donne che avevano esercitato l’opzione donna per il calcolo contributivo entro il 2013 pur dimettendosi dal servizio solo successivamente. L’INPS chiarisce proprio il fatto che non è il requisito dei 57 anni di età e 35 anni di contributi versati entro il 31 dicembre 2013 a poter costituire una deroga ai termini di pagamento, ma la cessazione del servizio stesso entro tale data.

L’INPS chiarisce che i requisiti di accesso all’opzione donna non costituiscono un diritto autonomo alla pensione confermata, tra l’altro, dalla natura sperimentale dell’opzione che permette il pensionamento con questi requisiti soltanto entro il 31 dicembre 2015.

Le lavoratrici che hanno presentato le dimissioni in una data posteriore al 31 dicembre 2013, quindi, dovranno attendere 24 mesi prima di poter ricevere la prima rata del Tfr essendo, al tempo stesso, anche soggette alla rateazione che eroga la liquidazione in 3 rate: fino a 50mila euro con la prima rata, la parte che eccede i 50mila euro e fino a 100mila euro nella seconda, erogata dopo altri 12 mesi, l’eventuale eccedenza con una terza rata il cui pagamento avverrà soltanto 12 mesi dopo quello della seconda.

Ci sono le vere, le false, le ricche e le meno ricche. Le partite Iva sono una forte gamba del mercato del lavoro italiano, che ha più del 23% di lavoratori autonomi sul totale della forza lavoro. Una delle percentuali più alte d’Europa. Le undici cifre della partita Iva sono spesso la porta d’ingresso nel lavoro per molti giovani italiani. Ma è importante sapersi districare in un mondo fatto di cifre, percentuali, soglie reddituali, conti e sottrazioni.

Partiamo dalle basi. Che cos’è una partita Iva? 
Tecnicamente, non è un contratto di lavoro, ma una particolare forma di gestione retributiva e fiscale riservata ai lavoratori autonomi. Il riferimento normativo, di conseguenza, non si trova in qualche legge sul lavoro, ma negli articoli 2222 e 2230 del codice civile.

Quanti sono in Italia i lavoratori con partita Iva?
Il dato Eurostat attesta il numero di lavoratori italiani indipendenti a 4,808 milioni nel terzo trimestre 2014.

Al confronto con gli altri Paesi, la serie storica mostra un progressivo calo degli autonomi dal 2008. Nell’ultimo trimestre 2014 si è assistito a un vero e proprio boom della aperture di partita iva, ma dovuto al timore di incappare in condizioni peggiori con le variazioni che il governo aveva introdotto al regime dei minimi, variazioni poi cancellate. In termini assoluti, il popolo degli indipendenti italiani è comunque il più vasto d’Europa. Anche in termini relativi si tratta di una categoria importante: la proporzione di lavoratori indipendenti sul totale dei lavoratori era del 23,3% nel 2013: una delle più alte dell’Unione.

Quanto guadagnano le partite Iva nel nostro Paese?
I lavoratori autonomi svolgono la loro professione nei settori più disparati ed è per questo difficili ottenere un dato sulla retribuzione media significativo. Nei calcoli si va dai parasubordinati, agli artigiani, ai commercianti fino ai liberi professionisti. Nonostante nella rappresentazione collettiva il lavoratore autonomo sia tradizionalmente associato all’evasione e a un certo benessere, recentemente è stata sottolineata da più parte la condizione spesso disagiata di una parte di questa categoria. Si tratta di parasubordinati e professionisti iscritti alla gestione separata dell’Inps. Gli iscritti a questa cassa nel 2013 avevano un compenso lordo medio di 18.640 euro, che in termini netti significa un reddito da 8.670 euro annui, 723 euro mensili.

Gli iscritti alla gestione separata nel 2013 avevano un compenso lordo medio di 18.640 euro, che in termini netti significa un reddito da 8.670 euro annui, 723 euro mensili

Cosa devo fare per aprire una partita Iva? A chi mi devo rivolgere? 
Si può aprire una partita Iva solo e semplicemente interfacciandosi con l’Agenzia delle entrate, alla quale bisogna comunicare l’inizio della propria attività con apposita dichiarazione, nonché la scelta del tipo di regime contabile (regime dei minimi o contabilità ordinaria). In seguito, l’Agenzia assegna il numero di Partita Iva. Una volta ottenuto, bisogna recarsi all’Inps per aprire la propria posizione previdenziale.

Quanti tipi di partite Iva esistono? 
La distinzione più facile è quella tra partite Iva utilizzate da professionisti iscritti a ordini professionali e quelle usate da autonomi non facenti parte di alcun ordine. Vi è una distinzione anche tra partite Iva in regime dei minimi e partite Iva in contabilità ordinaria, comunque la più diffusa. Il regime dei minimi definisce una condizione agevolata per chi guadagna meno di 30mila euro lordi l’anno, comunque entro i 35 anni di età e per una durata massima di 5 anni. In questo caso l’imposta sostituiva è del 5 per cento. La logica sottesa è quella dell’alleggerimento fiscale destinato alle attività avviate da poco. Con la legge di stabilità 2015, è entrato in vigore anche una diversa versione del regime dei minimi, ma con limiti meno vantaggiosi: imposta sostitutiva 15% per redditi fino a 15mila euro.

È vero che avere una partita Iva costa tanto? Quante tasse devo pagare? 
Le tasse dipendono dalla fascia di reddito, dall’età e dall’anzianità dell’attività. I costi sono anche quelli di gestione fiscale, che non può essere improvvisata soprattutto se il giro di attività è tanto e sono quindi molte le fatture da emettere, registrare, contabilizzare ecc… È quindi molto probabile che ci si debba rivolgere a un commercialista. Per quanto riguarda invece l’aliquota contributiva, questa dipende dalla cassa dell’Inps alla quale si è iscritti. Qui le percentuali variano molto in base all’attività economica svolta. Si va dal 22% circa di commercianti e artigiani (categorie che versano ognuna nella propria cassa) al 27,7% degli iscritti alla gestione separata.

Se per lavorare in proprio affronto dei costi, posso scaricare qualche spesa?
Sì, ma è importante che i costi scaricabili siano quelli connessi alle attività svolte con la Partita Iva, non qualsiasi spesa personale o famigliare. Le spese scaricabili devono rispondere a requisiti di congruità e inerenza, ossia non possono essere quantitativamente sproporzionati rispetto alle attività del proprio business – ad esempio 5 computer per un lavoratore – e devono essere inerenti al tipo di attività – ad esempio è difficile pensare di scaricare il costo di un microscopio per un grafico freelance.

Una partita Iva può lavorare nell’ufficio del committente, sapendo però che l’utilizzo di una postazione fissa è uno di quegli indici di subordinazione che potrebbe determinare la trasformazione del rapporto

Se sono una partita Iva posso lavorare anche in ufficio? Posso lavorare con un solo committente?
Certamente una partita Iva può lavorare nell’ufficio del committente, sapendo però (entrambi) che il possesso/utilizzo costante di una postazione fissa è uno di quegli indici di subordinazione che potrebbe determinare la trasformazine del rapporto. Un altro di questi indici è la monocommittenza: anch’essa è possibile, ma può essere rischiosa. Vediamoli insieme: se per due anni di fila si guadagna più dell’80% da un solo committente, e se la postazione di lavoro è fissa, questi due fattori basterebbero a rendere presumibile la subordinazione in caso di contenzioso. Questo è quanto era stato definito dalla riforma Fornero e vale quindi per le collaborazioni avviate ancora per tutto il 2015. Dal 2016 invece dovrebbe entrare in vigore quanto previsto dal uno dei decreti attuativi del Jobs Act: gli indici di presunzione di subordinazione dovrebbero essere superati. Per trasformare i rapporti autonomi o parasubordinati in subordinati si terrà conto più della dipendenza organizzativa che della dipendenza economica. Conviene quindi tenersi aggiornati sugli sviluppi.

E se mi dicono di aprire una partita Iva e mi fanno lavorare come gli altri dipendenti? Ci si può rivolgere al giudice e chiedere il riconoscimento della subordinazione?
Certamente ci si può rivolgere al giudice. Nel caso davvero si lavori come gli altri dipendenti, è possibile che la partita Iva, semplicemente, non sia genuina. C’è un’eccezione: non si può pretendere questo, né lo si potrà con il Jobs Act, nel caso si sia iscritti a un ordine professionale. Quindi la famosa espressione “falsa partita Iva” si riferisce a casi nei quali viene richiesta solo per un risparmio sul costo del lavoro, mentre tutte le caratteristiche del rapporto rimangono quelle tipiche del lavoro subordinato.

Se ho la partita Iva, ho diritto a malattia e maternità?
La malattia non è sostanzialmente tutelata, se non con un piccolo rimborso. Gli iscritti alla gestione separata versano per queste coperture uno 0,72% di contributi, che però sinora è stato utilizzato per erogare prestazioni solo per pochi giorni e in quote molto contenute, almeno stando a quando denunciano le associazioni di categoria. La gravidanza invece è coperta invece solo per la parte della astensione obbligatoria. Un decreto attuativo del Jobs Act, dedicato alla conciliazione vita-lavoro prevede anche per gli autonomi la possibilità di aver un congedo di paternità obbligatorio e retribuito dall’Inps, nel caso la madre non possa beneficiarne. Inoltre per le lavoratrici iscritte alla Gestione separata l’indennità di maternità sarà prevista anche in caso di adozione internazionale. Per l’entrata in vigore di queste novità i tempi potrebbero però essere lunghi.

Con circolare 184/2015 l’Inps ha voluto chiarire le regole per l’accentramento dei contributi dei contribuenti iscritti alla gestione separata Inps. Questa possibilità permette il computo congiunto dei contributi, anche di quelli accreditati nelle altre gestioni previdenziali obbligatorie.

L’Inps ha precisato che gli iscritti alla gestione separata possono far valere i periodi contributivi presso l’assicurazione generale obbligatoria per invalidità, vecchiaia e superstiti per i lavoratori dipendenti oppure le gestioni pensionistiche per i lavoratori autonomi.

Il computo resta comunque una facoltà e non un obbligo e quindi va presentata espressa domanda.

Gestione separata: requisiti accentramento contributi

I requisiti prevedono:

  • il raggiungimento della maggiore età;
  • il versamento di 15 anni di contributi (di cui almeno 5 nel sistema contributivo).

Nella circolare in analisi inoltre l’Inps ha chiarito che la facoltà di computo può essere utilizzata anche per i soggetti che abbiano già maturato il diritto alla pensione in una delle gestioni interessate al computo o che siano già titolari di trattamento pensionistico in un fondo qualunque. In altre parole: l’essere titolati di una pensione non impedisce il computo e questo permette agli iscritti alla gestione separata di dare valore a periodi contributivi frammentati e silenti.

Pensione gestione separata: requisiti

L’Inps ha infine ricordato i requisiti aggiornati per gli iscritti alla gestione separata Inps: 63 anni con 20 anni di contributi per importi non inferiori a 2,8 volte l’assegno sociale oppure 66 anni se l’importo non risulta essere inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale e infine 70 anni a prescindere dal valore dell’assegno mensile oppure, ipotesi più rara, 42 anni e 6 mesi di contributi (un anno in meno per le donne), indipendentemente dall’età anagrafica.

investireoggi

Gli emendamenti alla Legge di Stabilità 2016 insistono anche sugli incentivi riservati alle imprese del Sud Italia. Gli obiettivi primari su questo fronte si concentrano sulle agevolazioni per le assunzioni e il credito di imposta.

Assunzioni agevolate: gli incentivi per le imprese del Sud

Per quanto riguarda gli sgravi sui neoassunti, la Legge di Stabilità 2016 punta a riconoscere alle imprese del meridione una decontribuzione del 100% e, quindi, non limitata al 40%, attingendo ai fondi europei per lo sviluppo. In caso di decontribuzione totale il periodo di fruizione passerebbe però da 36 a 24 mesi.

Incentivi imprese del Sud: credito di imposta e super ammortamento

Il secondo filone di interventi si concentra invece nella possibilità di rafforzare gli investimenti mediante un credito di imposta. Santini (Pd) ha accennato anche ad una estensione territoriale volta a coinvolgere “tutte e 8 le Regioni del Mezzogiorno e non solo quelle ‘Obiettivo 1’”. Per quanto riguarda il problema della copertura economica per gli incentivi alle imprese, Santini ha ricordato che ci sono “oltre 5 miliardi da spendere nel 2016”.

investireoggi

I commercialisti non in regola con il pagamento dei contributi previdenziali avranno la possibilità di sanare con l’avviso bonario. La Cassa nazionale previdenza e assistenza offrirà la possibilità di mettersi in regola con una sanzione minima commisurata al ritardo. Una strada a metà tra la regolarizzazione spontanea e l’applicazione per intero del sistema sanzionatorio. Il tutto, a partire dalla prossima scadenza prevista per la metà di novembre. Inoltre, è prorogata fino al 2018 la possibilità di usufruire della rateazione per il versamento delle eccedenze del contributivo integrativo.
Per i pensionati che, nel corso della vita lavorativa, abbiano svolto differenti lavori versando i contributi in fondi pensione diversi, oltre alla possibilità di ricongiunzione e cumulo c’è anche quella di richiedere una pensione supplementare.

La pensione supplementare può essere erogata soltanto ai lavoratori dipendenti del settore privato cui sia stata già liquidata una pensione principale.

La pensione supplementare va ad aggiungersi a quella principale in base ai contributi versati o accreditati nell’AGO ma solo quando tali contributi non sono sufficienti a riconoscimento del diritto a una pensione.

La facoltà di richiedere una pensione supplementare spetta solo ai titolari di pensioni erogate da gestioni esclusive sostitutive dell’AGO ma non se la pensione principale è erogata dalla gestione separata o dalle Casse dei liberi professionisti.

Per fare un esempio pratico: un ex dipendente inpdap che abbia anche 5 anni di contributi versati come dipendente su questi ultimi contributi potrà richiedere la pensione supplementare.

Nel caso che la pensione principale venga dalla gestione separata o dalla Cassa previdenziale dei professionisti, e quindi che la pensione supplementare non possa essere erogata, prima di chiedere la pensione principale è bene richiedere la ricongiunzione dei contributi o la totalizzazione.

La pensione supplementare può essere richiesta al raggiungimento dell’età pensionabile di vecchiaiacon i requisiti fissati dalla riforma Fornero: 66 anni e 3 mesi per gli uomini e 63 anni e 9 mesi per le donne. SI ricorda che tali requisiti si adegueranno all’aggiornamento previsto dalla legge Fornero per la pensione di vecchiaia. La pensione supplementare non è integrabile al trattamento minimo e decorre dal mese successivo a quello di presentazione della domanda.

Entro il prossimo 31 luglio deve essere trasmessa la CU anche per attestare l’ammontare dei compensi corrisposti nel 2014 alle persone fisiche che hanno optato per l’applicazione del regime agevolato relativo alle nuove iniziative produttive (art. 13 della L. 388/2000) oppure al regime dei contribuenti minimi (art. 27 del D.L. 98/2011) anche se non hanno subito ritenute alla fonte su tali compensi. L’obbligo è presente anche nel modello 770: i dati relativi ai compensi corrisposti andranno riportati nel quadro relativo alle “Comunicazioni dati certificazioni lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi”.